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DANNI CAUSATI DALLA PLASTICA IN MARE

 
 
TRATTO DA UNA PUBBLICAZIONE DI Monica Panetto 
 
È il problema dei rifiuti, soprattutto dei rifiuti di plastica, che contribuiscono non poco all’inquinamento ambientale e a quello dei mari 
 
 

Giusto per dare un’idea:
uno studio pubblicato recentemente su Plos One ha stimato la presenza di almeno 5.250 miliardi di particelle di plastica negli oceani per un totale di quasi 269.000 tonnellate. “Si tratta – spiega Maria Marin, docente di ecologia ed ecotossicologia marina all’università di Padova – del primo studio che misura la quantità di plastica a livello globale, considerando anche i bacini oceanici dell’emisfero sud”. 

I dati sono stati raccolti nel corso di sei anni, dal 2007 al 2013, da un team di scienziati statunitensi, neozelandesi, cileni, francesi, sudafricani e australiani, attraverso 24 spedizioni lungo le coste dell’Australia, nel golfo del Bengala, nel mar Mediterraneo e lungo i cinque vortici subtropicali (nord Pacifico, nord Atlantico, sud Pacifico, sud Atlantico ed oceano Indiano). Sono proprio queste ultime infatti le zone in cui, per un gioco di venti e di correnti oceaniche, si accumulano la maggior parte dei detriti formando vere e proprie “isole di spazzatura”. Attraversare in barca questi tratti di oceano, dichiara Julia Reisser del team di ricerca a The Guardian, è come passare attraverso una “zuppa di plastica”. E aggiunge: “Se immergi una rete per mezz’ora trovi più plastica che vita marina”. La prima, la “grande chiazza di rifiuti del Pacifico”, fu scoperta nel 1997 dall’oceanografo Charles Moore. 

 
 

Nel corso delle indagini i ricercatori hanno suddiviso le plastiche in quattro classi a seconda della grandezza e hanno rilevato che le due categorie che comprendevano rifiuti di dimensioni inferiori ai cinque millimetri costituivano il 92% del totale. La quantità di microplastiche rinvenute, soprattutto in considerazione del fatto che l’azione del vento, delle onde e del sole tende a frammentare il materiale, era tuttavia inferiore alle attese. Un risultato cui giunse pochi mesi fa anche il team di Andres Cozar Cabañas. La ragione? Secondo gli scienziati influiscono la degradazione batterica e da raggi Uv, perché se esistono rifiuti che galleggiano, esiste anche plastica degradata che sedimenta nei fondali marini. Senza contare che alcuni organismi possono ingerire i frammenti di plastica, rimuovendoli dalla superficie e immettendoli, invece, nella catena alimentare. “I nostri studi – sottolinea Marcus Eriksen, altro membro del gruppo di ricerca – dimostrano che le chiazze di rifiuti nei cinque vortici subtropicali non sono i luoghi di arrivo dei rifiuti di plastica galleggianti. La fine dei frammenti di plastica è l’interazione con l’intero ecosistema oceanico

 
 
Maria Marin spiega che l’impatto più evidente dell’inquinamento da plastica è innanzitutto quello fisico: la possibile ingestione delle plastiche da parte di uccelli, mammiferi o grossi vertebrati che può causare l’intasamento degli apparati digerenti o il soffocamento. C’è poi il rischio di intrappolamento per molti organismi, che potrebbe essere causato da reti da pesca o imballaggi. Ed esiste infine anche un impatto chimico. “Le plastiche – spiega Marin – possono assorbire una serie di contaminanti organici presenti in quantità più o meno elevata in mare, come pesticidi, biocidi, idrocarburi alogenati, idrocarburi aromatici. Ingerendo la plastica, gli organismi marini ingeriscono anche le sostanze chimiche che poi possono essere rilasciate all’interno del tratto digerente”.  
 
 

Se questa è la situazione per le plastiche, un discorso a parte  merita invece la presenza di sostanze chimiche nelle acque marine.  Il quadro generale inizia infatti a migliorare rispetto a qualche decennio fa in diverse aree costiere e bacini che prima risultavano invece avere valori preoccupanti di diversi contaminanti. “Va tuttavia tenuto presente – puntualizza la docente – che l’impatto generale delle sostanze prodotte e usate dall’uomo sugli ambienti e sugli organismi acquatici è in continua evoluzione”. A fronte infatti di sostanze che vengono progressivamente eliminate quando ne risulta evidente la tossicità, ne esistono altre che continuano a essere immesse nelle acque marine. È il caso ad esempio dei farmaci, di cui si fa un uso sempre crescente anche per effetto dell’invecchiamento della popolazione, che comporta il rilascio dei principi attivi. Senza contare i contaminanti emergenti, molecole di recente introduzione di cui si sa ancora poco. 

“Oggi c’è senz’altro un’attenzione maggiore alle fonti di rilascio di sostanze chimiche che ha portato a togliere dalla produzione, e dunque dall’uso, una serie di contaminanti che si sono dimostrati particolarmente nocivi”. È il caso ad esempio del tributilstagno, una sostanza che provoca danni ambientali molto gravi, usata come biocida per impedire la crescita di organismi marini incrostanti sulle chiglie delle imbarcazioni. Furono i francesi ad accorgersi di un calo nella produzione delle ostriche correlata proprio all’utilizzo di vernici contenenti tributilstagno. Da allora iniziarono le prime restrizioni nell’uso, fino alla completa proibizione della sostanza nelle vernici dal 2008.

Lo studio dei rifiuti marini è relativamente recente e l’interesse nei confronti delle plastiche ancor più giovane, se si considera che si tratta di un materiale la cui produzione di massa si colloca nella seconda metà del Novecento. Ci si interroga su quali possano essere le conseguenze di abitudini sbagliate e di una scarsa coscienza ecologica sull’ecosistema marino, ma molte domande rimangono ancora aperte.    

Monica Panetto 

 

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Pagina Aggiornata il 06 NOVEMBRE 2017


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