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SEYCHELLES - diario DI BORDO

 
 

Amico mio carissimo, se non vedessi danzare sulla risacca il veliero che mi ha condotto fin qui, questa lettera potrebbe essere l'ultimo saluto di un moderno Robinson Crosuè, naufragato per caso in un luogo che non sembra reale e in un tempo che pare lontano.

Da quassù, nel punto più alto della scogliera, viene voglia di dimenticare ogni cosa del mondo che ho appena lasciato alle spalle, perché qui è solo l'irrefrenabile energia della natura a dettare leggi non scritte.

No, amico mio, non è un paradiso quello dal quale ti scrivo; salendo fin quassù, agli inizi del sentiero che si perde in questa giungla equatoriale, ho visto un uccello dal piumaggio scuro con la testa e il collo dentro un foro nella sabbia, immobile come una roccia.

Ho chiesto a George, la mia guida, cosa stesse facendo e ho scoperto che quella sterna bruna era morta; un grosso granchio di terra, il custode della tana, ne stava facendo la sua dispensa. Non è un paradiso, ma se mai potrò scappare dal mondo vorrei tanto arenarmi ad Aride, questo rifugio un po' appartato, a nord est di Praslin, fra le isole delle Seychelles.

L'arcipelago, come tu sai, è così vasto che occorrerebbe una vita per scoprirlo tutto; ricordi William Travis, lo scrittore avventuriero di Beyond the Reefs? Nemmeno lui c'è riuscito! Aldabra, la più meridionale, dista mille chilometri dalla capitale e vede il Madagascar molto più vicino di quanto non scorga le altre sorelle. Lontananza e diversità: ecco cosa distingue le Seychelles da molte altre isole tropicali.

Ma io sono qui, in questo spicchio di granito che galleggia sull'Oceano Indiano e mai nessuno potrà più turbare. Sì, perché Arìde non è per tutti; non conosce alberghi, né case, né villaggi. Non ha strade, non ha nulla o quasi che possa definirsi "umano": proprio per questo è la più umana di tutte. Pensa che ho potuto trascorrere un'intera giornata in assoluta solitudine, con l'unica eccezione di George, naturalmente. Lui, del resto, è una delle tre persone che vivono stabilmente ad Arìde: è il ranger che, con altri due colleghi, coccola questo pezzetto di terra in mezzo al mare. Come tu mi consigliasti, ho noleggiato una barca a vela e, spinto dall'aliseo di sud est, ho sfruttato il vento per navigare fin qui, ormeggiando a pochi metri dalla spiaggia. Sarebbe stato divertente averti accanto al momento di sbarcare, tu che non temi le burrasche oceaniche, ma tremi sconvolto se solo metti piede in una barca a motore. Pensa che per condurmi sull'isola, George ha dovuto superare arroganti frangenti di oltre due metri su un piccolo battello e poi, per ritornare alla spiaggia, abbiamo davvero cavalcato le onde fino a trovarci a secco al di là della risacca. Chissà come saresti rimasto tu! Sono certo, però, che subito dopo mi avresti imitato; immobile sulla spiaggia, gli occhi gettati all'interno della foresta, la bocca ostinatamente chiusa, perché, a volte, la migliore elegia per la bellezza è il silenzio. George e i suoi colleghi mi hanno delicatamente riscosso e insieme con loro ho varcato la soglia dell'unico edificio dell'isola: è poco più di una capanna, ma loro ne vanno fieri, perché è la loro casa. A dire il vero, c'è un'altra costruzione poco distante da lì, ed è il vecchio fabbricato dei lavoratori del cocco. Fino agli anni Sessanta, nell'isola esisteva una grossa piantagione, che veniva sfruttata proprio per la produzione di olio di copra. Il mercato, però, era in crisi già allora e il destino di Arìde incerto. Poi, per uno di quei miracoli che fanno tornare un po' di fiducia nel genere umano, un ricco commerciante inglese, Christopher Cadbury, decise di acquistarla, non per profitto, ma per riportarla al suo primitivo splendore. Fece tagliare gli alberi di cocco e lasciò che la natura decidesse da sé. Da quasi 40 anni nulla è più stato toccato e Arìde è diventata la meraviglia su cui ora mi trovo. Noi, uomini del mondo moderno, qui non siamo davvero nessuno. Sono gli uccelli i padroni di Aride, ogni albero, ogni roccia, ogni anfratto, ogni centimetro quadro di spiaggia è soltanto per loro; per la sterna bianca, per quella bruna, per l'alectroenas pulcherrima, il magnifico e raro piccione blu, per il fetonte dalla lunga coda. Ma soprattutto l'isola è il tempio della maestosa fregata, quasi un simbolo delle Seychelles.

Quando sono salito fin quassù, per incontrarle, non potevo credere a ciò che stavo vedendo. Amico mio, tu sai che ho girato mezzo mondo per celebrare ogni volta il mio matrimonio pagano con la natura selvaggia. Non è l'esperienza, e nemmeno l'età, che mi manca; ma quello che ho visto dal la cima di questa scogliera mi ha quasi stordito. Immagina il mare più bello che hai conosciuto, con gli arabeschi astratti dipinti dal la barriera dei coralli. Dall'alto è un vero tappeto infinito di sfumature d'azzurro. Appena mi sono affacciato in silenzio sul bordo della scogliera, qualche fregata curiosa si è avvicinata in volo.

Poca cosa, ho pensato, ma è bello comunque! Poi, forse per l'insondabile senso che hanno gli animali selvatici, da rifugi nascosti che non potevo vedere, migliaia e migliaia di altre fregate hanno cominciato a sfilare sotto i miei occhi, fin quasi a oscurare lo stesso colore del mare Era una processione che sembrava non volere finire mai, file e file ordinate di uccelli che sciamavano lenti dal basso per poi sfruttare il vento e salire fino quassù, quasi volessero valutare l'intruso. Sono restato ore ad ammirarle, in solitudine, sotto il potente sole dell'equatore. George era sparito nascosto nella fresca ombra della foresta. Tu sai come posso perdere il senso del tempo quando il tempo non è più scandito dall'orologio! Mi succede sempre in queste occasioni e qualche giorno fa è accaduto lo stesso.

Avevo ancorato la barca davanti a Curieuse, un'isoletta di tre chilometri a un miglio da Praslin. Lì vive una grossa colonia di dipsochelys elephantina, la tartaruga gigante delle Galapagos, circa 250 esemplari portati sull'isola da Aldabra, che è il loro habitat naturale. Anche Curieuse è pressoché disabitata; vi risiedono solo sette famiglie e qualche guardiano. Proprio davanti alla loro casa, stazionano in permanenza una ventina di esemplari. Si lasciano avvicinare, fotografare e perfino toccare: quando l'uomo non è predatore, gli animali non fuggono. Per questo rimasi a giocare con loro per un po', ma con moderato entusiasmo: queste tartarughe sono selvatiche, ma il fatto che vivano così vicine agli uomini me le facevano "sentire" in cattività. Non era vero, ma io le percepivo in quel modo. M'incamminai verso un sentiero che conduce ad Anse St. Josè, dove un'incantevole spiaggia tenta di far dimenticare che in quel luogo, per oltre 100 anni, erano stati segregati i lebbrosi di tutto l'arcipelago. Il lebbrosario fu costruito a metà Ottocento e se ne vedono ancor'oggi le rovine, così come esiste ancora, ristrutturata, la bella casa in stile coloniale del medico incaricato di alleviare le sofferenze dei malati. Tu puoi ben immaginare che non per questo m'ero incamminato lungo quel sentiero, ma per rimanere solo e scoprire i segreti di questo piccolo scoglio granitico. Scorsi a distanza qualche albero di mango, banane, mandarini e coeur de boeuf; i frutti servono ai pochi abitanti e non mi parve opportuno assaggiarli. Poco dopo comparve una passerella in legno, costruita perché i visitatori non calpestino i nidi dei granchi di terra, che qui crescono a migliaia. Sono animali strani, a volte minuscoli, altre volte giganteschi, dotati di possenti chele grazie alle quali sono in grado di cibarsi di tutto.

Uno di questi, forse più temerario di altri, non fuggì quando mi avvicinai a lui per vederlo meglio. Anzi, sembrò studiarmi con attenzione e quando mi arrestai nel timore di spaventarlo, avanzò caracollando verso di me. Poi, come volesse invitarmi a seguirlo, scattò di lato e sparì in direzione delle mangrovie. Accettai la sfida e m'incamminai, per bloccarmi quasi subito: una gigantesca tartaruga, di almeno 60 anni, mangiava tranquilla a un metro da me, con a fianco il granchio che, lo giurerei, stava ridendo del mio stupore. Quel che successe poi lo potresti immaginare anche se io tacessi. Non capita spesso di sedersi a un passo dalle mangrovie, con un granchio di terra beffardo a sinistra e una tartaruga gigante a destra, mentre il sole tramonta e la marea si ritira in silenzio. Ancora una volta, persi il senso del tempo, questo inesorabile nemico che non ha pietà della vita. Non saprei dirti cosa feci e per quanto rimasi lì, nascosto a tutti fuorché a me stesso; certamente più del consueto, perché a riscuotermi fu il guardiano che, non vedendomi ritornare quando le prime ombre della sera erano già sulla spiaggia, venne a cercarmi un po' in apprensione.

Lì a Curieuse, come in questo momento quassù ad Arìde, il senso vero dell'esistenza si coglie nelle cose che il nostro mondo ha da tempo scordato: il volo planante di un uccello marino, la brezza fresca che viene dal mare, un frutto maturo che cresce sull'albero, un uovo nel nido che sta per schiudersi, la vita stessa che ti corre incontro. Ma ora, amico mio, è tempo che ti dica addio e riprenda a scendere verso la spiaggia, prima che ancora una volta qualcuno venga a strapparmi al mio sogno. Perché anche Robinson Crosuè, alla fine, dovette tornare al suo mondo"

Pier Vincenzo Zoli

 

 

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Pagina Aggiornata il 06 NOVEMBRE 2017


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